La Sagoma All’orizzonte
Il cemento è bagnato da giorni, per via dei marosi, e io sono ancora qui, fermo su questa lingua di cemento grigio che si allunga verso l’acqua come un braccio che non sa se toccare o ritrarsi. Indosso la cerata gialla, l’unico colore vivo in un mondo che ha deciso di vestirsi a lutto — il cielo basso, compatto, una coltre di piombo che pesa sulle spalle più del sacco che porto ogni giorno da quando ho deciso di partire, o forse da quando ho smesso di sapere cosa significhi davvero “partire”.
Il mare stamattina è nervoso. Non arrabbiato, non ancora — è quella fase incerta che precede la tempesta vera, quando le onde si accavallano senza convinzione, come pensieri che non riescono a diventare decisioni. Le guardo infrangersi contro la battigia, una dopo l’altra, ognuna identica alla precedente e ognuna, in fondo, irripetibile. Mi chiedo se sia questo che sto cercando: la ripetizione che consola, o la variazione che ferisce. Non lo so più distinguere. Forse non l’ho mai saputo.
Ed è lì, proprio dove il grigio del cielo si confonde con il grigio dell’acqua, in quella linea sottile che gli uomini di mare chiamano orizzonte e che io ho sempre pensato fosse solo un’invenzione della cartografia per farci credere che il mondo abbia un limite — è lì che la vedo. Una sagoma. Piccola, quasi un errore di stampa su una fotografia sviluppata male. Una vela, piu’ vele; un veliero.
Gejsha?
No non e’ la Gejsha.
La gejsha e’ una piccola barca a vela, anzi meno di una barca, un natante. Da alcuni mesi ci sto lavorando sodo per aggiornarla un po’, per conoscerla, nei spiragli di tempo, nei weekend, un evasione, una ragione in più per evadere.
Il nome mi si forma in bocca prima ancora che il pensiero lo raggiunga, come succede con le cose che si amano davvero: la conosci prima di riconoscerla. Ma non è lei, e poi mi sforzo nel desiderio che sia lei, deve essere lei, anche se da questa distanza potrebbe essere qualunque scafo, qualunque relitto alla deriva, qualunque fantasma marino inventato da chi sta troppo tempo a fissare il vuoto, io voglio che sia lei.
Si! la riconosco. Riconosco il modo in cui si inclina, quel suo cedere elegante sottovento come una donna che balla controvoglia ma con grazia comunque, perché la grazia, in certe donne e in certe barche, non è una scelta: è una condanna.
Mi chiedo chi sia al timone. Io dovrei essere al timone.
Io *sono* dovunque io sia, in teoria, il capitano di questa storia — e invece eccomi qui, sulla terraferma, a guardare la mia stessa nave allontanarsi senza di me, come se il destino avesse deciso che la barca meritasse di andare avanti anche senza il suo relitto umano a bordo. È un pensiero ridicolo. So che è ridicolo. Eppure, resta, si deposita, si annida da qualche parte tra lo sterno e la gola, in quello spazio impreciso dove abitano le cose che non riusciamo a chiamare paura ma che le somigliano terribilmente.
Non so navigare. L’ho scritto altrove, in altre pagine di questo diario che nessuno leggerà finché non sarò abbastanza lontano da poter essere solo una voce e non più un corpo da compatire o da salvare — non so navigare, e forse è proprio per questo che ho scelto il mare. Perché il mare non chiede competenza. Chiede resa. E io, di resa, sono un esperto consumato. Mi sono arreso a tutto quello che contava: al lavoro che mi consumava senza nutrirmi, alle stanze che diventavano sempre più silenziose, ai volti che smettevano, uno dopo l’altro, di cercare il mio sguardo. Mi sono arreso persino alla parola “felicità”, che ho smesso di pronunciare perché pronunciarla senza crederci è una forma di bestemmia laica.
Eppure guardo quella vela all’orizzonte e qualcosa dentro di me — qualcosa di ostinato, di quasi infantile, una scheggia di desiderio che nessuna apatia è riuscita del tutto a dissolvere — vorrebbe essere lì, devo essere li. Vorrebbe sentire il legno scricchiolare sotto i piedi, la corda tagliare i palmi, il sale seccare la pelle fino a farla sentire vecchia e viva insieme. È strano, questo doppio movimento del cuore: da una parte l’indifferenza che mi ha accompagnato per anni, il non-sentire che è diventato la mia lingua madre, e dall’altra questo strappo improvviso, questa fitta che assomiglia troppo alla nostalgia per essere solo un caso.
Forse è questo che intendevano gli antichi quando parlavano di richiamo del mare. Non un canto di sirene, non una melodia seducente — ma qualcosa di più crudo, più onesto: il mare come specchio che non mente, che restituisce esattamente il peso di ciò che gli portiamo. Io gli ho portato me stesso, l’intero fardello, e il mare non ha fatto una piega. Ha continuato a muoversi, indifferente e magnifico, esattamente come faceva prima che io esistessi e come continuerà a fare quando non ci sarò più. C’è qualcosa di consolante, in questo. E qualcosa di insopportabile.
La pioggia inizia a scendere, sottile, quasi un pretesto più che un vero temporale. Non mi muovo. Chi altro, sul molo, resterebbe fermo a guardare una barca che forse nemmeno esiste, che forse è solo il prodotto di occhi stanchi e di una mente che cerca disperatamente un senso dove probabilmente non c’è che coincidenza? Ma io resto. Resto perché muovermi significherebbe ammettere che la sagoma non è reale, che Gejsha è già partita senza aspettarmi, che il viaggio che ho sognato per mesi — quel viaggio fatto di stelle senza nome, di rotte tracciate a intuito, di notti in cui l’unica bussola sarebbe stata la paura stessa — è già cominciato altrove, senza il mio corpo a bordo, portando con sé solo la mia ombra, il mio desiderio, il guscio vuoto di un’intenzione mai realizzata.
Penso ai nodi che non so fare. Penso alle carte nautiche che ho comprato e mai srotolato del tutto, per paura che aprirle significasse dover ammettere quanto poco sapessi leggerle. Penso al modo in cui, la notte prima di quello che doveva essere il giorno della partenza, sono rimasto sveglio a fissare il soffitto della cabina, ascoltando lo sciabordio dell’acqua contro lo scafo come si ascolta il respiro di qualcuno che si ama e di cui si teme, in ogni istante, la fine. Non è la tempesta che temo. È la calma. È il momento in cui il vento si ferma e resto solo io, in mezzo al nulla, senza la scusa del movimento per giustificare la mia assenza da me stesso.
La sagoma, adesso, è quasi scomparsa. Inghiottita dalla foschia che si alza come un sipario stanco, come se il mare stesso avesse deciso che lo spettacolo, per oggi, è finito. Mi chiedo se la rivedrò. Mi chiedo se sono io a dover raggiungere lei, o se è lei — la barca, il viaggio, la versione di me che avrebbe dovuto essere già partita — a dovermi aspettare, ferma da qualche parte oltre la linea del mondo, paziente come solo le cose che non hanno una coscienza sanno essere pazienti.
C’è un’apatia strana in tutto questo, un’apatia che convive, senza contraddizione apparente, con un desiderio bruciante. Vorrei tutto e non vorrei niente. Vorrei salpare domani stesso, issare le vele senza sapere come si fa, lasciare che il vento decida per me la direzione, che le onde scrivano al posto mio le pagine di questo diario. E allo stesso tempo vorrei restare qui, immobile, cerata gialla contro cielo grigio, statua vivente di un’indecisione che ha il sapore metallico della pioggia sulla lingua.
Forse non è una contraddizione. Forse è solo quello che siamo, noi che abbiamo smesso di credere alle promesse che ci facevamo da soli: creature capaci di desiderare l’assoluto e di accontentarsi, nello stesso respiro, del niente. Forse il viaggio non è mai stato una questione di partire o restare. Forse è solo questa soglia, questo molo, questo punto esatto in cui il piede tocca ancora la terra ma l’occhio ha già raggiunto l’acqua, e il cuore — quel povero, stanco, ostinato cuore — non sa più a quale dei due elementi appartenga.
La pioggia si fa più fitta. Le onde, ora, hanno smesso di essere nervose: sono arrabbiate, finalmente, come se avessero deciso di smettere di fingere. Il vento porta con sé un odore di salsedine e di qualcos’altro che non riesco a nominare — forse è l’odore stesso della resa, o forse è solo l’odore del mare, che gli uomini malinconici come me hanno sempre scambiato per qualcosa di più profondo di quello che è.
Chiudo gli occhi un istante. Quando li riapro, l’orizzonte è vuoto. Nessuna vela. Nessuna Gejsha. Solo grigio su grigio, acqua su cielo, l’infinito che si ripiega su se stesso senza lasciare tracce del passaggio di nessuno.
Eppure io so — con quella certezza irrazionale che sopravvive a ogni evidenza contraria — che domani tornerò su questo molo. E dopodomani. E il giorno dopo ancora. Finché la sagoma non riapparirà, o finché non sarò io, finalmente, a diventare quella sagoma: un punto minuscolo e ostinato sull’acqua, visto da qualcun altro, da qualche altro molo, da qualche altra vita rimasta a riva a chiedersi se il coraggio di partire sia davvero coraggio, o solo un’altra forma, più elegante, della stessa vecchia paura.
Il diario si chiude qui, per oggi. Domani, forse, avrò qualcosa di diverso da scrivere. O forse scriverò esattamente le stesse parole, cambiando solo il colore del cielo. In fondo, è questo che ho imparato del mare, in questi giorni di attesa: che la ripetizione non è un fallimento. È solo un altro modo, più lento, di andare avanti.

