Capitolo 1


La partenza che non sapevo di aspettare

Non ricordo più da quanto tempo il mare fosse solo una linea all’orizzonte che guardavo senza vederla davvero. Una di quelle cose che esistono ai margini della vita, come lo sfondo sfocato di una fotografia in cui l’unico soggetto a fuoco sei tu, stanco, con gli occhi che hanno smesso di chiedere qualcosa al mondo. Per anni il mare è stato un rumore di fondo, qualcosa che si vede dai finestrini dei treni, che si nomina nelle cartoline che non scrivi mai a nessuno, che si promette di visitare “un giorno” — e quel giorno, come tutti sanno, ha la strana abitudine di non arrivare mai da solo. Bisogna andargli incontro. Bisogna, a un certo punto, smettere di aspettarlo.

Eppure eccomi qui, con le mani strette attorno a un timone che non so ancora governare e una bussola che non so leggere, il cuore che batte come se stesse cercando una porta d’uscita dal petto, e un’imbarcazione sotto i piedi che sembra più grande di ogni certezza che abbia mai avuto. Si chiama Gejsha. Non l’ho scelto io questo nome — l’ho ereditato insieme allo scafo, alle vele ingiallite dal sole di troppe estati, insieme a un diario di bordo lasciato a metà da chi l’ha posseduta prima di me, e non ho avuto il coraggio di cambiarlo. C’è qualcosa di rispettoso, credo, nel lasciare alle cose i nomi che altri hanno scelto per loro con affetto: come se ogni imbarcazione portasse dentro di sé la memoria di chi l’ha amata, e cambiarle il nome fosse un piccolo tradimento verso quella memoria.

Gejsha.

Lo pronuncio a voce alta, qui, da solo, in mezzo al nulla d’acqua che mi circonda, e mi sembra quasi che la barca risponda con un lieve scricchiolio dello scafo, come se mi stesse dicendo: sì, sono io, e ora sei mio ospite.

Non so navigare. Lo scrivo qui, nero su bianco, come una confessione che nessun prete potrebbe assolvere: non conosco le stelle che dovrebbero guidarmi, non so leggere le nuvole, non distinguo un nodo giusto da uno che si scioglierà alla prima folata di vento. Ho imparato i nomi delle vele da un libro comprato all’ultimo momento, sottolineato con la fretta di chi cerca risposte che sa già insufficienti — randa, genoa, fiocco, spinnaker, parole che ripetevo a voce bassa in cabina come una litania, sperando che ripeterle abbastanza volte le facesse penetrare nelle mani oltre che nella testa, Il tangone, ma come accidenti si usa il tangone!. Eppure sono partito lo stesso. Forse proprio per questo. Forse partire senza sapere è stato l’unico modo per non lasciarmi convincere, all’ultimo momento, a restare.

Ci sono uomini che fuggono verso qualcosa. Io credo di essere il tipo che fugge da qualcosa, anche se dopo tanti anni non saprei più dire con precisione da cosa. Da un’inquietudine che si è fatta compagna di letto, che si è seduta a tavola con me ogni sera senza mai chiedere il permesso, che ha imparato a conoscere ogni angolo della mia casa meglio di quanto io stesso lo conoscessi. Da una solitudine che non è mai stata assenza di persone — di persone ne ho incontrate, ne ho amate, ne ho perse — ma assenza di me stesso in ogni stanza in cui sono entrato. Si può essere circondati e ugualmente smarriti. Si può ridere a una cena tra amici e sentirsi, nello stesso istante, più soli che in mezzo all’oceano. L’ho imparato tardi, questo. Forse troppo tardi. O forse esattamente al momento giusto, perché è stato solo arrivando a quel fondo che ho trovato la spinta per rialzarmi in un modo che nessun’altra cosa, prima, era riuscita a darmi.

I momenti bui non hanno mai bussato educatamente alla porta. Sono entrati come acqua sotto una crepa, lentamente, finché la casa intera non ne è stata inzuppata senza che me ne accorgessi in tempo. C’è stato un tempo in cui restare a letto sembrava l’unica forma di coraggio che riuscissi a trovare — il coraggio minimo, quotidiano, di continuare comunque a respirare quando ogni cellula del corpo chiedeva soltanto di fermarsi. C’è stato un tempo in cui sorridere era un esercizio di recitazione più che un sentimento, in cui rispondevo “bene, grazie” a chiunque mi chiedesse come stavo con la stessa naturalezza meccanica con cui si allaccia una scarpa, senza pensarci, senza sentirlo, semplicemente perché era la risposta che il copione richiedeva. Non lo scrivo per compassione — non la cerco, non l’ho mai cercata, e se stai leggendo queste righe sperando di trovare un uomo che si lamenta della propria sfortuna, chiudi pure questo diario adesso — ma perché chiunque leggerà queste pagine, un giorno, deve sapere che non si parte mai da un porto di serenità. Si parte sempre da qualche naufragio precedente, anche se invisibile agli occhi degli altri, anche se agli altri, quel giorno della partenza, sembra tutto normale: un uomo che compra una barca usata, un uomo di mezza età che insegue un capriccio tardivo, un uomo un po’ bizzarro che ha deciso di “prendersi una pausa”. Nessuno vede il naufragio interiore che precede ogni vera partenza. Nessuno lo vede mai, finché non lo vive lui stesso.

E allora perché il mare? Non ne ho una vera risposta, se non questa: perché il mare non promette nulla. Non finge comprensione, non offre consolazioni facili, non ti dice che andrà tutto bene con quella voce suadente e vuota che tanti esseri umani, per pigrizia o per paura, riservano a chi soffre. Il mare semplicemente è, indifferente e immenso, e in quella indifferenza — stranamente — ho trovato l’unica onestà che cercavo da anni. Nessuno sull’acqua ti chiede di fingere di stare bene. Il mare non giudica il tuo passato, non ti chiede referenze, non pretende spiegazioni, non ti fa quelle domande a cui non sai più rispondere dopo il decimo anno di terapia o dopo il centesimo bicchiere bevuto per anestetizzare qualcosa che nemmeno tu sapevi nominare. Ti chiede solo di restare in equilibrio, un momento dopo l’altro. E forse è proprio questo, in fondo, che ho sempre voluto imparare a fare nella vita: restare in equilibrio, senza sapere bene cosa mi stesse aspettando dietro l’onda successiva, senza la pretesa di controllare ogni variabile prima di agire, cosa che ho sempre fatto, e che forse è stata proprio la radice di tanta della mia infelicità.

Ho lasciato il porto questa mattina, alle prime luci, quando il molo era ancora deserto se non per qualche gabbiano indisturbato e un pescatore solitario intento a sistemare le sue canne sul molo. Non ho voluto salutare nessuno. Non per freddezza, ma perché sapevo che un saluto vero, un saluto sentito, mi avrebbe fatto vacillare. Le partenze importanti, quelle che contano davvero, si fanno spesso in silenzio, quasi di nascosto anche da se stessi, perché se ci pensassimo troppo a lungo probabilmente non partiremmo mai. Ho issato la randa con mani che tremavano — non per il freddo dell’alba, ma per la consapevolezza improvvisa, fisica, quasi dolorosa, che da quel momento in poi sarei stato solo. Completamente solo, con le mie incompetenze, le mie paure, e un mare che non fa sconti a nessuno, tantomeno a un uomo che ha imparato a issare una vela da un libro comprato la settimana prima.

Le prime ore sono state un susseguirsi di piccoli terrori. Un rinforzo di vento improvviso mi ha fatto sbandare più del previsto, e per un attimo interminabile ho creduto davvero che Gejsha si sarebbe capovolta, portandomi con sé in un abisso che, in quel momento di puro panico, mi è sembrato quasi meritato — come se il mare stesse già presentando il conto per la mia presunzione, e dire che stavo usando ancora solo il motore. Non è successo, ovviamente. La barca ha retto, si è raddrizzata con una grazia che io non possedevo affatto, e io sono rimasto lì, aggrappato al timone, a respirare come chi è appena uscito da un incubo a occhi aperti. È stata la prima lezione, e forse la più importante: il mare non è nemico. È semplicemente più grande di te, ed esige rispetto, non paura. C’è una differenza enorme tra le due cose, una differenza che ho impiegato quasi un’intera giornata di navigazione a cominciare a intuire.

Ho deciso di tenere questo diario non per me. O meglio: non solo per me. L’ho deciso per chi, un giorno, si troverà nello stesso punto buio in cui mi sono trovato io — quel punto in cui ogni giornata sembra identica alla precedente, in cui la sveglia suona e il primo pensiero non è “cosa farò oggi” ma “quanto manca a stasera”, in cui l’insoddisfazione non ha una causa precisa ma è semplicemente diventata l’aria che respiri, il rumore di fondo di ogni istante di veglia. Voglio che chi legge queste righe sappia che si può partire anche senza sapere nulla. Che l’incompetenza, quella vera, quella che ti fa tremare le mani sulla scotta e sudare freddo davanti a una virata mal riuscita, può essere paradossalmente la porta più onesta verso un cambiamento reale. Perché quando non sai fare nulla, sei costretto a imparare tutto. E imparare tutto, a qualunque età, con tutta l’umiltà e la fragilità che questo comporta, è forse l’unico vero antidoto all’inquietudine che si annida in chi ha smesso da tempo di mettersi alla prova.

Ho comprato Gejsha da un Architetto con una passione esagerata per la pesca; Anselmo, un uomo dal viso scavato dal sale e dal sole, che mi ha guardato con un misto di pietà e divertimento quando gli ho detto che non avevo mai navigato in vita mia.

Ha riso — una risata breve, roca, quasi affettuosa —

e poi mi ha fissato più a lungo, come se stesse cercando di capire quale genere di disperazione o di follia potesse spingere un uomo a comprare una barca a vela senza saperne nulla. “Il mare insegna,” mi ha detto infine, sputando il mozzicone di una sigaretta oltre il molo con un gesto lento, quasi rituale, “ma insegna a chi è disposto a sbagliare. Chi ha paura di sbagliare, quello il mare non lo vuole. Lo respinge, prima o poi.” Non ho mai dimenticato quella frase. La porto con me come un amuleto, ora che le coste iniziano a farsi sottili sull’orizzonte, ora che il porto che ho lasciato alle spalle è già solo un ricordo sfocato tra le onde, una linea grigia che si confonde col cielo.

Il pomeriggio è arrivato lento, denso di un caldo umido che si appiccicava alla pelle come un secondo strato di paura. Ho mangiato poco — pane secco e pomodori, seduto sul ponte con le gambe incrociate, gli occhi persi in un orizzonte che non offriva alcun punto di riferimento, nessuna terra, nessuna nave, nessun segno di quella civiltà che per tutta la vita avevo dato per scontata come se fosse aria. È strano quanto velocemente la mente umana si riorganizzi di fronte al vuoto. Nel giro di poche ore, i pensieri che di solito affollano le mie giornate — scadenze, rimpianti, conversazioni mai avute, parole non dette a chi avrei dovuto dirle — hanno cominciato a diradarsi, come nebbia che il sole lentamente consuma. Al loro posto è rimasto qualcosa di più semplice, quasi primitivo: il rumore dell’acqua contro lo scafo, il cigolio delle sartie, il respiro del vento nelle vele. Una specie di silenzio pieno, se una cosa simile può esistere. Un silenzio che, invece di spaventarmi come mi aspettavo, ha cominciato pian piano a cullarmi.

Verso sera, mentre il sole calava lasciando dietro di sé una scia di rame liquido sull’acqua, mi sono sorpreso a piangere. Non lacrime di disperazione, non quelle che conoscevo fin troppo bene dagli anni peggiori. Erano lacrime diverse, più simili a quelle che si versano quando qualcosa di teso dentro di noi, tenuto contratto per troppo tempo, finalmente si allenta. Ho pianto guardando la luce spezzarsi sull’acqua in mille schegge dorate, ho pianto pensando a tutte le sere passate a fissare un soffitto invece che un cielo, a tutte le mattine sprecate a desiderare che il tempo passasse più in fretta invece che viverlo. Ho pianto, credo, per la prima volta in anni, di sollievo. Perché per quanto tutto qui fosse incerto, spaventoso, tecnicamente al di sopra delle mie capacità — per la prima volta da tempo immemore, mi sentivo esattamente dove dovevo essere.

Non so quanto durerà questo viaggio. Non so nemmeno bene dove mi porterà, in senso letterale oltre che metaforico — ho una vaga idea di rotta, segnata a matita su una carta nautica che sfoglio ogni sera come un bambino sfoglierebbe un libro di fiabe, ma so già che il vento e le correnti avranno l’ultima parola, non io. So soltanto che per la prima volta da anni, forse da una vita intera, sento qualcosa che assomiglia alla paura vera — non quella paralizzante che mi teneva chiuso in casa, incapace persino di rispondere al telefono, ma una paura viva, che pulsa, che mi fa sentire ancora vivo, che mi ricorda a ogni battito che sono ancora qui, che il mio corpo esiste, che le mie mani possono ancora fare qualcosa oltre a stringere le lenzuola nel buio. È strano scoprire che a volte bisogna rischiare di annegare per ricordarsi come si respira davvero.

Il sole è ormai quasi del tutto calato, e la luce si spezza sull’acqua in mille schegge dorate che sembrano quasi indicarmi una direzione, anche se so che non è vero, che è solo fisica, rifrazione, niente di più, niente di magico. Eppure mi piace credere, almeno per questa prima notte in mare, che ci sia un senso più profondo in quello che sto facendo. Che questo viaggio senza mappe precise sia in realtà l’unica mappa che abbia mai avuto davvero bisogno di seguire: quella che porta, lentamente, pericolosamente, faticosamente, verso me stesso — verso quell’uomo che ho intravisto solo a tratti, in rari momenti di lucidità, sepolto sotto anni di abitudini, paure e rinunce.

Gejsha scricchiola sotto di me mentre scrivo queste ultime righe alla luce fioca di una lampada a batteria, il mare ormai nero e silenzioso tutt’intorno, punteggiato solo dal riflesso tremolante delle prime stelle. Domani proverò a issare la randa da solo, senza l’aiuto involontario della calma piatta di questa prima giornata. Ho paura di sbagliare. So che sbaglierò, quasi sicuramente, più di una volta. Ma per la prima volta, quella paura non mi fa desiderare di restare fermo. Anzi: la sento, per una volta nella mia vita, come una compagna di viaggio, e non come un carceriere.

Buonanotte, mare. Buonanotte, Gejsha. Domani si ricomincia, cercando di superare la notte sempre al timone.

Fine primo capitolo.


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